- Nb: come ben sapete, quando si parla di spunti da cogestione di carne al fuoco ce n'è davvero tanta... -
L’esperienza del Parini dopo i fatti che hanno fatto nascere Alternativaperta è stata quella di trovarsi sotto osservazione da parte di tutta la città; e, contemporaneamente, di porsi in osservazione di quello che accadeva in città, fuori del liceo, a partire dalle elezioni politiche. Lo spirito critico che è nato tra noi con la voglia di capire, e non soltanto di seguire idee vaghe, deve ora rivolgersi alla relazione pressante fra noi e il mondo che ci circonda, a cominciare dalla nostra città.
Dario Fo, del resto, venne a cercare voti anche da noi, come ben ricordiamo, per diventare sindaco. La ex ministra dell’Istruzione Letizia Moratti è ora il nostro sindaco, che ci piaccia o no…
Fortissime tensioni continuano a crearsi dentro e intorno alla nostra città sul tema dell’immigrazione e dell’integrazione o emarginazione degli extracomunitari: questioni di commercio e di lavoro, ma anche di persone, sfruttate dai propri connazionali in condizioni di quasi-schiavitù oppure messe ai margini del mercato del lavoro da una situazione di non-regolari (mancanza di permesso di soggiorno), attratte da miraggi di facili guadagni che fanno scivolare verso situazioni delinquenziali. Intanto, le lingue della città, da moltissimo tempo, non sono più soltanto l’italiano e il milanese.
Nel centro e alla periferia della città si pianificano e si avviano enormi operazioni immobiliari, che cambieranno probabilmente il volto del nostro ambiente urbano nel giro di una decina di anni o anche meno. E non si sa se si farà o no e che cosa potrebbe essere la “città metropolitana” di cui ora parla la Costituzione, in che cosa i cittadini ci guadagnerebbero.
La salubrità dell’aria e dell’acqua (la famosa questione dei depuratori a Milano) è un problema che passa nel nostro corpo ogni momento. Comune, Provincia e Regione discutono di tasse di ingresso in città, o comunque di ostacolo alla circolazione con mezzi privati inquinanti, ma le idee sono ancora confuse, anche perché i petrolieri non vogliono che neppure si parli di alternative al petrolio.
E anche le sette università della nostra città (Statale, Politecnico, Bocconi, Bicocca, San Raffaele, IULM e Cattolica) sono nei guai, o almeno così dicono i loro rettori: al Politecnico sono stati semplificati i test di accesso, per avere più studenti, anche se meno preparati. Dappertutto l’efficienza delle università viene misurata sulla capacità di promuovere, più che sui servizi per imparare e insegnare.
Chi decide su tutti questi e gli altri cambiamenti di questo e dei prossimi anni? I cittadini? I politici al governo della città? Ma chi sono, chi saranno i cittadini che eleggeranno gli amministratori al governo della città? Ci saranno quelli che oggi chiamiamo immigrati? Saranno andati via da Milano altre centinaia di migliaia di giovani e di famiglie, che oggi chiamiamo “milanesi”, ma per i quali i costi e gli orari dei servizi della città non consentono di continuare a viverci?
C’è allora da chiedersi di quali cittadini stiamo parlando, quale vincolo di cittadinanza li tiene assieme: il luogo? Quanto grande, in senso geografico e amministrativo? La provenienza territoriale e culturale? I sogni? Le abitudini? La lingua? Il lavoro? I valori civici? Che cosa significa tutto questo, in concreto? Come si “misurano” queste realtà e i modi di aggregarsi?
E poi: quanto saremo liberi di scegliere la nostra appartenenza ad una cittadinanza? Quali condizionamenti subiamo o ci troveremo a subire?
Il disagio di vivere nella città quale oggi la abitiamo si misura anche da situazioni di violenza – molto diverse fra di loro, ma tutte comunque cariche di ostilità e timori – che dividono le persone, generano sospetto e bisogno di difesa non si sa bene da cosa (si usa dire “bisogno di sicurezza”): microcriminalità e bullismo si confondono con l’intensificarsi degli stupri ma anche con modalità di manifestazioni pseudo-politiche che danneggiano e distruggono edifici pubblici (scuole, ad esempio…) e negozi o automobili che fiancheggiano strade dove si svolgono cortei violenti e illegali.
L’idea stessa di cittadinanza appare corrosa da tutto questo, dalla difficoltà di capire e giudicare, a partire da informazioni attendibili e complete. Forse la città è un modo di vivere che sta per finire?
Vale la pena allora di chiedersi anche come è cominciata, la città, in Europa e nei nostri territori. Occorrerebbe capire se la permanenza del nome nel tempo (“civitas”) corrisponde sempre a caratteristiche costanti, se oggi possiamo ancora riconoscerle nella realtà in cui viviamo, e se c’è ancora una politica capace di porsi come modo di vivere la “polis”.
Ma Milano è una “polis”?
Noi studenti impariamo a destreggiarci fra urbs, civitas e polis, ma poi tutto quel che ci mettiamo in mente ci serve davvero a giudicare la realtà in cui viviamo oggi qui? Ci serve a capire se la cittadinanza coincide con l’essere abitanti di una città? O se può vivere in pace e giustizia una città non permeata da una cittadinanza davvero radicata nel comune sentire dei suoi abitanti?
...........
La mia proposta è di mettere a tema tutto questo per una
cogestione su “Città e cittadinanza”, nella quale i contenuti di riflessione culturale e politica siano fortemente legati, proponendo un programma da condividere fra studenti e professori fin dal prossimo Consiglio d’Istituto del 4 ottobre. Se ci fosse l’approvazione del C.d.I., questo consentirebbe di continuare a lavorare criticamente sul tema anche dopo la cogestione, soprattutto ricollegando fra di loro molti spunti presenti nei programmi di storia, filosofia, letteratura, economia etc. nell’arco di cinque anni, che si fa fatica a rimettere concretamente insieme e ad utilizzare nella realtà.
Una cogestione come questa non pretende di assumere
a priori un significato di protesta, ma di costruzione di un giudizio: vuole dotarci di nuovi strumenti conoscitivi, che ci consentano di individuare in modo oggettivo ed efficace le ragioni di un impegno e,
se necessario, di una lotta per il bene comune.
È la linea che, del resto, abbiamo già deciso di affermare nella nostra scuola, ormai insofferente verso iniziative che mirano a strumentalizzarla per una forma di protesta generica, sterile, fine a se stessa.